Mathare Valley - Futuro tra fogli e matite

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Africa. Kenya. Scuola nella valle di Mathare.

La macchina avanzava in modo silenzioso, come se non volesse farsi notare.

Due muscolosi edifici facevano da guardia all’unica strada, perlopiù l’unica che si avvicinava ad esserlo. Una sola via per entrare ed una sola per uscire. Stavo entrando in una delle slum più pericolose del Kenya, seconda solo a Kibera, sto parlando di Mathare. 600.000 persone che vi abitano.

Il finestrino oscurato era quel sottile confine che divideva me dal mondo esterno. Dove le regole non scritte prevalevano su quelle scritte. Io vedevo loro. Loro non vedevano me. Ma potevi leggere nei loro sguardi che sapevano chi fosse seduto nel sedile posteriore. Ti sentivi come un canarino dentro la gabbia di Faraday. La macchina proseguiva in marcia.

Il nostro autista prese la terza, o la quarta a sinistra; non mi ricordo con esattezza. Stavamo scendendo verso il centro di Mathera Valley dove avevamo un appuntamento con una persona del posto. Ciò che ci circondava era un insieme di lamiere incastrate, imbullonate, legate in qualche modo architettonicamente corretto. Questi agglomerati di metallo arrugginito erano le loro abitazioni. Dall’alto si vedeva un letto grigio-marrone di tetti. L’uno attaccato al vicino. In alcuni punti la discesa si faceva ripida e disconnessa. Girato a destra l’autista si fermò su uno spiazzo e la polvere che ci seguiva si mangiò la carcassa del veicolo parcheggiato.

Io, Andrea (compagno di viaggio in Africa insieme a Giovanni) e il driver scendemmo.

Un uomo di cui solo lui sa l’età indossando un cappellino rosso in abbinata con la maglietta ci venne incontro col braccio proteso in avanti. “Dominik, Nice to meet you”. Ci diede il benvenuto e ci stringemmo le mani.

Dalla macchina ci incamminammo verso la scuola Whynot Academy dove Dominik era uno dei responsabili e fu il nostro “Cicerone” per l’intera giornata. Ci raccontò subito che la scuola aveva portato diversi benefici sin dalla sua realizzazione, la quale era stata pensata e progettata da un ONG (Organizzazione non governativa).

Dopo aver girato a destra e poi a sinistra, si aprì davanti a noi un ampio cortile e vedemmo i bambini, alcuni con la divisa blu e a altri verde correre e giocare durante l’intervallo. Fu nostra fortuna poter vivere e toccare con mano questa realtà: entrammo in due classi ed assistemmo attivamente ad una lezione. Chiedemmo a Dominik quali materie insegnavano ai ragazzi; lui ci portò a vedere l’orto. Questo è quello che gli insegnamo: ad essere indipendenti, bisogna dargli le competenze e le qualità per sopravvivere la fuori.

Quella era una piccola realtà di Mathare che coltivava i propri semi per raccoglierne i frutti al momento giusto. Da lì iniziò il giro per Mathare Valley, la vera Mathare, quella delle regole non scritte. Ma questa è un’altra storia.

Basta un foglio e una matita per imparare, il ragazzo osserva in silenzio e prende nota.

“Non ho mai insegnato ai miei allievi. Ho solo cercato di fornire loro le condizioni in cui possono imparare” – Albert Einstein