806km. A Passo Lento. Islanda.

Non mi sentivo a mio agio. Seduto davanti ad uno schermo, che ogni sera mi maltrattava gli occhi, e circondato da grigie pareti che sembravano soffocarmi. Quando potevo uscire e vedere i colori della natura non ci pensavo due volte. Nel 2014 ho deciso di lasciare il posto di lavoro per vivere la vita e poter scegliere. Vorrei inseguire i miei sogni e trovare il luogo adatto a me. Ogni volta che vedo un aereo in cielo mi viene la pelle d'oca e invidio chi è la su. Mi chiedo dove sta andando quel uccello di metallo, quali storie sta portando con se e quelle emozioni che solo assaporando il vento si possono conoscere. 

Che cos’è l’avventura? Per me è quando ci spingiamo oltre la nostra comfort zone e andiamo incontro a qualcosa di nuovo, di sconosciuto fin prima. Il 30 Luglio 2015 sono partito per la mia prima spedizione in solitaria attraverso le desolate e ostili terre islandesi. Sono stati 806 km pieni di pura adrenalina ed emozioni. Era la prima volta che prendevo e partivo con un solo obiettivo: conoscere me stesso e vivere ogni singolo secondo della giornata. Una nuova avventura.

Il bus mi ha lasciato al mio punto di partenza: la maestosa cascata Skogafoss. La potenza della natura anticipava quello che avrei incontrato in quel pomeriggio attraverso i primi 20km e 1000m di dislivello positivo. L'acqua che scorre lungo il letto del fiume Skogar si imbatte in una ventina di salti affascinanti e abbracciati dal verde acceso.
La mia salita però fu impervia, non tanto per i chilometri, per il dislivello o altro. Ma per le poche ore di sonno dormite la notte prima mi ritrovai con limitate forze. Le energie iniziavano a mancare e lo stomaco a brontolare. Mi fermai e piantai la tenda in una piccola pianura. Cucinai la mia prima pasta carbonara (liofilizzata) in Islanda. Non vedevo l’ora di cenare con questo piatto di nouvelle cuisine.

notte sul passo Fimmvörðuháls

notte sul passo Fimmvörðuháls

L'inaspettato non si fece attendere. La notte che arrivai in bus all’ostello di Reykjavik, dove ho ritirato la SIM Islandese, mi sentii dire, come temevo, che l’estate è stata fredda e di conseguenza era rimasta una forte presenza di neve. Di conseguenza fui obbligato a lasciare il ricercato carretto nella capitale. Dunque la notte la passai a preparare lo zaino che avevo preparato con tanta cura ancora in Italia. Un po come un Tetris. Il carretto, che avrebbe sostenuto il maggior peso durante la spedizione, lo salutai. Queste comunque erano questioni passate, ormai ero sul passo Fimmvörðuháls con due giganti ai miei lati, da una parte l’ Eyjafjallajokull dall’altra il Myrdalsjokull. La prima notte la passai li. Stremato dalla stanchezza preparai la tenda, feci bollire l’acqua, preparai il liofilizzato. E mi addormentai. Troppo poche erano le energie per mangiare.

Recuperate le forze, il secondo giorno mi aspettavano una trentina di chilometri, per la maggior parte in discesa. Le pendenze e la poca visibilità richiedevano un alto livello di attenzione. Non ero mai stato prima di quel giorno in Islanda, e l’acclimatamento stava procedendo con una certa celerità, anche se sapevo che le cose sarebbero diventate più dure verso l’interno.

Durante i primi tre giorni - dove da Skogafoss arrivai a Landmannalaugar - potei ammirare una palette di colori unici nel suo genere. Se il progetto non era quello di percorrere 806km a piedi sarei rimasto li ad ammirare tutte le sfumature. Bisognava procedere avanti, lasciandosi alle spalle passo dopo passo il turismo. Stavo cercando la natura incontaminata. Decisi di non fermarmi nella “terra dell’uomo” (traduzione di Landmannalaugar) ma procedere verso il deserto lavico islandese, sapendo che sarei ritornato qui per completare il circuito da me disegnato. Nessuno prima ad ora aveva completato la circumnavigazione del Vatnajokull. 

Dopo alcuni giorni i 30 chili di zaino iniziarono a farsi sentire. Le spalle portavano il segno del peso, graffiate dal contatto tra i vestiti e gli spallacci. Gli acciacchi uscirono dopo la prima settimana. Alcuni conseguenza del meteo. Lasciata Landmannalaugar mi diressi verso Askja. E li mi imbattei nel famigerato vento islandese. Forte. Intenso. Instancabile di soffiare. Una costante in Islanda che ruggisce anche nel più acuto silenzio. Così potente non lo avevo ancora vissuto. Talmente vigoroso che non potei più camminare dritto: inizialmente obliquo per cercare di contrastarlo. Poi non potei far altro che ripararmi dietro una riva aspettando che Eolo si calmasse e mi lasciasse procedere.

    La Natura si mostrò per quello che è: un’affascinante connubio di potenza e colori.

Mancava ancora qualche giorno di camminata per addentrarsi nel deserto islandese, lì la tavolozza di colori si sarebbe presenta in una monocromia grigiastra.

Attendendo di vivere le desolate distese laviche attraversai due fiumi dalle acque glaciali e turbolenti. Sabbie mobili. Acqua al livello della vita. Tempesta di sabbia. – Adesso direi che figata – li nel momento di attraversali, rispettivamente il Sylgia e lo Svedja, ci furono delle difficoltà. Soprattutto di bilanciamento. Grazie ai due appoggi supplementari dati dai bastoncini (fondamentali per spedizioni come queste) riuscii ad oltrepassare.

Silhouette di vulcani nel deserto lavico

Silhouette di vulcani nel deserto lavico

Dopo queste fatiche e una notte dove l’umidità mi rubò ore di sonno decisi di fermarmi un giorno intero a recuperare le forze, non fisiche, ma mentali. Ebbi un crollo psicologico. Mi aspettavo che prima o poi sarebbe successo, e sinceramente non fu così facile andare oltre. Ma queste cose fanno parte del gioco e imparai una lezione: quando accadono cose del genere bisogna fermarsi, ragionare e con la forza di volontà e la ricerca di stimoli, ripartire per portare a casa la spedizione.

Dopo il giorno di riposo, era l’ora del deserto monotono, nel colore ma mai nelle forme. Le difficoltà però non mancavano e i dolori ai tendini d’Achille, che arrivavano improvvisi come delle saette, non mettevano di buon umore. Mi dovevo fermare. Il continuo panorama lavico e la stanchezza influenzavano anche il morale, che si risollevava qua e la con la vista di improvvise risorgive e del verde che accompagnava il rivolo nei suoi due lati.

Immaginatevi questa distesa nera con queste linee evidenziate di verde. Stupendo.

Qui le temperature erano molto più basse di quelle che trovai nei primi giorni. Avevo sempre dai 3 ai 4 strati, per ripararmi dal freddo, dal vento e dalla sabbia. Una cipolla. Sembravo un aviatore con la maschera da sci. Arrivato verso le sette o forse anche otto della sera non vedevo l’ora di montare la tenda ed entrare nel sacco a pelo. La mia casa per l'intera spedizione, il mio conforto. Psicologicamente piacevole.

Ero ad una settimana di marcia dalla costa sud, li i colori ripresero vita e il mio animo si rivitalizzò dall’idea di terminare le vere fatiche: perché una volta sulla Ring Road One sarebbe stata una passeggiata tra i turisti e lo smog rientrare a Landmannalaugar. Ma l’avventura non finii lì, mi imbattei in 4 giorni di brutto tempo che mi rallentarono pesantemente prima di raggiungere l’obiettivo finale.

La vita è fatta di esperienze, e vanno vissute tutte fino all’ultima goccia.

 
 

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