Inverno. Condivisione. Ferry.

Il lago si presenta con un sottile ma visibile strato di ghiaccio tanto che il ferry, che ci avrebbe portato dall’altra parte della riva, fatica ad arrivare al jetty. Lentamente si fa strada come una rompi ghiaccio. Un’altra avventura è terminata con grande gioia. Dall’altra parte del mondo, in Tasmania, ho percorso 80km circa in quattro giorni. Breve per l’impossibilità di camminare per un mese. Un vecchio infortunio si è fatto rivedere mentre stavo facendo il mio allenamento settimanale di corsa. Intenso a causa dell’imprevedibilità del meteo e dalla tanta neve e ghiaccio presente nel percorso. Questi ultimi hanno reso il percorso più avvincente tenendomi compagnia dall’inizio alla fine.

Diversamente dalla prima spedizione in Islanda dove le difficoltà, anche quelle logistiche, erano superiori, qui in terra australe mi spaventava l’idea del freddo. Un freddo diverso da quello a cui sono già abituato. Questa volta avevo davvero un certo timore ad avventurarmi nel bush della Tasmania. Non so sicuramente quale fosse il motivo. Un altro aspetto era di dover organizzare la spedizione del materiale da casa, in Italia, a Melbourne. Ciò ha giocato un ruolo fondamentale. Alcune comunicazioni possono essere perse tra fusi orari e dimenticanze varie, che sono accettabili per la grande distanza. In ogni caso, il biglietto aero l’ho presi immediatamente, prima ancora di sistemare altri aspetti importanti. Così facendo sapevo che sarei dovuto partite, qualsiasi dubbio avesse cercato di fermarmi. 

L’imprevedibilità del tempo e la scarsa conoscenza del territorio, cose che precedentemente non avrebbero creato nessun disturbo, hanno influenzato il morale dei giorni primi della partenza. Andare nelle montagne dietro casa avrebbe avuto sicuramente un altro sapore. Una volta che il materiale è arrivato dall’Italia, ovvero avevo la sicurezza di avere l’attrezzatura giusta per affrontare ogni evenienza, il morale e le motivazioni sono tornate a dare la carica.

Il bush della tasmania

Il bush della tasmania

Il giorno della partenza si avvicina e tutto è pronto - 26 Giugno 2017. Lo zaino come di consueto seduto ai piedi del letto, impacchettato il giorno prima per non dimenticare niente. Vestiti e scarponi al suo fianco per essere indossati. L’aero da Tullamarine partiva alle otto della mattina. Sveglia presto dunque. L’aria era secca e fredda, penso uno dei giorni più freddi a Melbourne fino ad ora. L’inverno era davvero arrivato. Il cielo era ancora buio e con i lampioni che illuminavano la strada di giallo. Poche erano le macchine e le persone che occupavano le strade. Il tragitto all’aeroporto col bus fu l’opposto, le auto che percorrevano la superstrada erano molteplici e si iniziavano a formare delle code. Quasi mi preoccupavo di perdere l’aereo.

A Tullamarine, l’aeroporto internazionale di Melbourne, confluiva un grande flusso di persone che andavano e venivano. Io ero talmente stanco che proseguii dritto per dritto dimenticandomi che dovevo depositare lo zaino. Al metal detector un’ispettrice mi ferma e mi fa notare il piccolo dettaglio. Tornai indietro al drop-baggage e lasciai i 15.4kg che avrei portato per il tragitto. Cibo e gas gli avrei presi una volta a Launceston in Tasmania. Mi diressi nel gate e aspetti che aprisse.

Dato che il peso non era così insostenibile decisi di portarmi un libro per le lunghe serate. Il sole sarebbe calato verso le quattro, cinque del pomeriggio. Portai “Design Thinking” di Thomas Lockwood.

Affascinante come strategie vengono applicate
nella progettazione con lo scopo di risolvere le necessità delle persone.

Il volo fu brevissimo, in meno di un’ora e mezza ero atterrato a Launceston. L’aeroporto non sembrava neanche un vero aeroporto, ma la stazione degli autobus, dove entrare e uscire non era un grand problema. Era composto da una grande stanza, da un lato i desk dove noleggiare le macchine, dall’altro due nastri porta bagagli. Mi fermai per due giorni in città giusto per prendere le ultime cose, tra cui il cibo. Mercoledì mattina avrei preso il bus che mi avrebbe portato al punto di partenza, Cradle Mt.. Launceston è una città molto piccola, c’è un bel gorge che la caratterizza. Andai a visitarlo il giorno stesso che ero atterrato. Preparo lo zaino per l’ultima volta prima della partenza.

Mercoledì mi svegliai presto per andare a prendere il bus. Le temperature si erano abbassate e alla mattina faceva freddino. Sicuramente non come avrebbe fatto in mezzo alla natura della Tasmania. Il bus sarebbe partito verso le otto della mattina. In questi giorni controllavo ogni ora il meteo, sperando che più lo controllavo più il tempo sarebbe stato bello. La stazione era vuota, trovai nella sala d’attesa solo tre ragazzi - Andrew, Drew e Grant. Seduti sulle sedie c’erano i loro zaini, ad occhio pesanti come il mio. Confermai il biglietto e iniziai a chiacchierare con loro. Immediatamente gli chiesi se sarebbero andati nella mia stessa direzione. Quasi come una gioia tutti dissero di si. Mi faceva piacere aver compagnia durante questa avventura, un motivo in più per condividere un’esperienza unica e di quelle che ti congelano.

Come potevamo immaginare saremmo stati solo noi i passeggeri del bus. Chi dormiva, chi leggeva e chi come me guardava fuori dal finestrino. Quando mi sposto mi affascina sempre guardare come il paesaggio cambia col spostarsi da un luogo all’altro. Facemmo due stop, uno a Devonport e a Sheffield prima di arrivare a Cradle. Andrew and Drew si conoscevano da anni, entrambi da Brisbane, e Andrew aveva colto al volo l’idea di Drew. Decisero insieme di fare un hiking in Tasmania. Io e Grant invece eravamo coetanei, lui sta diventando barrister (avvocato). Scopriamo anche che viviamo a due strade di distanza a Melbourne. Grant si è trasferito da poco con la sua compagnia nella periferia col mio stesso codice postale.

Crater lake

Crater lake

Siamo arrivati al punto di partenza. Grant ed io scendemmo a Ronny Creek, mentre Andrew e Drew scesero più avanti. Solo li c’era la possibilità di rifornirsi d’acqua. Il cielo era grigio carico d’acqua, e il vento soffiava con potenza. La natura della Tasmania si presentava di un verde inglese, che brillava a causa della tanta pioggia caduta nei giorni scorsi. Subito trovammo anche del local, un wallaby, che mangiava senza timore a due passi da noi. Il tracciato inizialmente era semplice da seguire, ma sapevamo che si sarebbe complicato una volta saliti di quota dove la neve ne faceva da padrona. Il termometro segnava già due gradi.

Ci eravamo dati appuntamento con Andrew e Drew verso sera nella hut dove avremmo passato la prima notte. Il ranger, che avevamo incontrato all’entrata del Parco Nazionale, ci aveva avvertito che alcune hut potevano essere a corto di gas. Dunque nessuna possibilità di asciugare i vestiti nel momento in cui si sarebbero inzuppati d’acqua. Il primo tratto fu molto panoramico, passammo attraverso il bosco, una breve distesa, una salita non molto ripida e si apri davanti ai nostri occhi un lago. Crater Lake era stupendo. Nell’acqua si formavano delle grinze causate dal vento, la nebbia copriva le vette dalle quali scendevo alcune cascate che si tuffano nel lago. La roccia e gli alberi danzavano sulle sue rive.

Erano ormai quasi le due del pomeriggio e non ci rimaneva molto tempo. L’inverno riduce drasticamente le ore di luce. Solo altre due, tre ore ci rimanevano per arrivare alla nostra tappa giornaliera. Più salimmo, e più il terreno diventava ghiacciato. Non scivolare divenne un imperativo. La neve dalla sua parte copriva alcuni scalini naturali che ci aiutavano nel salire, e al tempo stesso ci poteva causare seri pericoli se la concentrazione fosse venuta a mancare. Le quote della Tasmania non sono comparabili con quelle dove mi trovavo l’anno prima. Tra le cime più alte del Nepal e della Tasmania ci sono più di 7000m di differenza. Il tempo in quest’ultima però cambia repentinamente. Tanto che alla sola quota di 1000m circa ci trovammo completamente immersi in una bolla di bianco. Neve sotto i nostri piedi che scricchiolava, e una fitta nebbia che ci avvolgeva mentre camminavamo.

pelion west in lontananza

pelion west in lontananza

Stanchi per la sveglia presto e tutti gli spostamenti arrivammo sfiniti alla nostra meta. Come presumemmo, non c’era nessun altro nella hut. Qui avremmo rincontrato Andrew e Drew che non si fecero aspettare molto. Di fatti arrivarono un’oretta dopo di noi, quando ormai fuori era già buio. Io e Grant comunque ci preoccupammo perché fuori era appunto scuro e il percorso, in discesa nell’ultima parte, era in alcuni tratti molto scivoloso. Dalla finestra però vedemmo due luci e capimmo subito che Andrew e Drew era appunto arrivati. Organizzammo come disporci per dormire e immediatamente dopo iniziammo a far bollire l’acqua. Tutti non vedemmo l’ora di mangiare.

Ognuno aveva la sua cena,
ma il menù non variava di molto.
Liofilizzati per tutti.

Il giorno successivo, che da calendario si presentava essere il peggiore, non si presentò come tale. Almeno durante la mattinata. Oggi il tragitto sarebbe stato breve. Una passeggiata defaticante prima delle tre tirate da oltre 20km. La preoccupazione era nel momento in cui ci saremmo trovati ad attraversare le due plateau. Speravamo di arrivare li nel momento in cui il vento non avrebbe deciso di soffiare. Lasciammo la hut verso le otto della mattina; non c’era fretta di correre o di svegliarsi troppo presto. Nessuno di noi aveva avuto modo di riposarsi bene nei giorni precedenti alla partenza.

Ormai le coppie di “cordata” erano state scelte, Andrew e Drew, e Io e Grant. Noi due partimmo prima dalla hut, mentre i ragazzi si prolungarono nel terminare la colazione. Oggi non c’era proprio fretta. A parte la maestosità delle vallate che si aprivano attraversando i plateau, il tragitto fu docile. Anche il meteo fu clemente con noi. Iniziò a nevicare copiosamente solo quando fummo al coperto nell’altra hut. Dal cielo cadevano dei morbidi fiocchi di neve. In poco tempo tutto era coperto di bianco. Ad occhio erano quasi 20 centimetri di neve fresca. Il nostro lungo pomeriggio lo passammo a giocare a carte. “Up and Down the River” fu il gioco col maggior successo. Tanto che diventò successivamente il gioco ufficiale del viaggio! Si tratta brevemente di scommettere quante vincite si faranno in una determinata mano. Si parte con dieci carte per scendere fino a una, e poi risalire a dieci. Ecco perché up and down.

forth valley

forth valley

La temperatura continuò a scendere, non risali mai. Scese così tanto che l’acqua ghiacciò e dovemmo sciogliere la neve per poterci fare del the caldo. E ovviamente anche la cena. Tanta neve non corrisponde a tanta acqua, dunque facemmo qualche giro fuori per recuperarne il più possibile in un sol colpo. Fortunatamente qui il gas funzionava ancora per poter riscaldare l’ambiente di quei due tre gradi in più. La massima temperatura registrata fu di circa 8°C. Per diverse ragioni si andava a letto presto. Solitamente alle sette di sera eravamo già dentro i sacchi a pelo a leggere o a parlare da un letto all’altro. Immergersi nei sacchi era l’unico modo per mantenerci caldi e trovare conforto dopo la lunga camminata e il freddo patito. Di notte la temperatura precipitava.

Il sole tornò il terzo giorno scaldando l’atmosfera e il nostro morale. Oggi davanti a noi c’erano più di venti chilometri tra ghiaccio, radici, fango e neve. Una caratteristica, che ho imparato da subito del bush della Tasmania, è proprio la grande quantità di fango che si può trovare sul percorso. Il terreno rimane tallente bagnato che fa fatica ad asciugarsi. Non voglio immaginare d’estate come sarà dopo che la neve si sarà sciolta completamente. Ad un tratto mi ritrovai sdraiato per terra a pancia in su come una tartaruga ribaltata che non riesce più a girarsi. Pensavo di essermi fatto parecchio male dato che ero caduto a peso morto sopra il braccio sinistro. Chiesi a Grant, che era qualche metro più indietro, di aiutarmi a rialzarmi. Mossi la spalla qua e la per vedere se tutto era effettivamente a posto. Nessun dolore insopportabile. Riprendemmo dunque il cammino con i nostri zaini da 20kg sulle spalle.

Giungemmo ad un tratto all’inizio della foresta tropicale con i rami bassi e colmi di neve. Ovviamente nessuno di noi indossava i vestiti da pioggia. Ciò non ci fermo e procedemmo convinti all’interno di essa. Ma subito dopo esserci entrati capimmo che tutti i nostri indumenti erano già diventati bombi d’acqua. Ormai era troppo tardi per mettermi le mantelle. Aumentai il passo perché non vidi il momento di uscire da quel insieme di rami e radici. Stavo tremando da quanto ero bagnato. Dopo parecchi chilometri vidi in lontananza il tetto della prossima hut, la quale scoprimmo appena arrivati, sarebbe stata priva di gas. Accelerai nuovamente. Entrai e mi cambiai subito indossando i vestiti asciutti. La giornata si concluse con un tramonto mozzafiato su Barn Bluff e Oakleigh. Il cielo si dipinse di rosa.

sunset su mt barn Bluff

sunset su mt barn Bluff

Grant dovette partire in mattinata in solitaria per questioni di tempo. Doveva assolutamente prendere il bus della domenica che lo avrebbe riportato a Hobart. Da li sarebbe rientrato a Melbourne. Ci salutammo con la promessa di rivederci quando tutti saremmo rientrati a casa. Io, Andrew e Drew finimmo di fare colazione e impacchettammo l’attrezzatura. La mattina fu tragica. I vestiti erano bagnatissimi. Dovevo però indossarli ugualmente. Non potevo rischiare di bagnare quelli asciutti.

Anche oggi c’era un cielo azzurro e un sole che riscaldava i nostri corpi. Lo svantaggio di avere il cielo limpido è che fa ancora più freddo: -7°C. Il termometro cantava. Partimmo in quarta per riscaldarci e aumentare le nostre temperature corporee. Il tracciato incominciava in salita, e quindi riuscimmo subito a scaldarci. Oggi avremmo tentato di salire su Mount Ossa, la vetta più alta della Tasmania. A Pelion Gap girammo a destra mirando Mt.Ossa. Il livello della neve aumento subito, dalla caviglia arrivò al ginocchio e dopo fino alla vita. Capimmo che procedere sarebbe stato assai arduo. Decidemmo di andare avanti fino al “saddle” (sella). Da li avremmo poi deciso se continuare o tornare indietro. Nel frattempo, la neve mi entrò negli scarponi! Per il fatto che si sprofondava in continuazione non facevo a tempo di togliere la neve che al passo successivo tornò a rientrare. Ormai avevo la sensazione di camminare su di un lago. L’ultimo tratto prima della vetta era impraticabile. Decidemmo dunque di girarsi e ritornare indietro. La vista anche dalla sella meritava la fatica e tutta la neve presa.

Ritornati a Pelion Gap proseguimmo verso la meta giornaliera. Il percorso da adesso in poi sarebbe stato per la maggior parte in discesa. Avere gli scarponi bagnati è una cosa che non sopporto per niente. Sai costantemente che per i prossimi giorni loro saranno sempre bagnati e creeranno fastidio. Però è stato interessante condividere un’esperienza cos’ con altri due ragazzi. Tra una risata e l’altra non si faceva più caso al fatto che tutto, da testa a piedi, era bagnato. Quando si dice la forza della condivisione! La motivazione e il sostenersi a vicenda, il fatto che tutti siamo nella stessa situazione erano fonte di incoraggiamento. Alla mattina quando fuori era abbondantemente sotto zero e i vestiti bagnati, non ci facemmo problemi a indossarli e partire a mille per risaldarci. Pronti - calzini e scarpe erano le ultime cose che indossavamo - e via. Bastava riderci su!

mt oakleigh da nord

mt oakleigh da nord

Per qualche ora comunque non riuscii a riscaldare le dita dei piedi. Le mossi in continuazione all’interno della scarpa per aiutare la circolazione. Mancava solo un giorno prima di arrivare al ferry che ci avrebbe portati dall’atra parte del lago. Le forze mentali cominciavano ormai a scarseggiare, ma la motivazione di portare a termine un’altra avventura era puro carburante per andare avanti. Il tratto più lungo dell’intero percorso: 23km in falso piano attraverso una fitta (ma dagli alti rami) foresta. Neve, fango e radici erano il condimento del giorno. Non mancavano mai in poche parole. Dagli alberi cadevano senza fermarsi gocce d’acqua come se stesse piovendo. Una ricetta perfetta per scivolare nuovamente. Drew appena fuori dalla hut iniziò a macinare chilometri. Lui semplicemente tirava il gruppo. Diceva che doveva riscaldarsi. Era difficile stargli dietro. Ogni volta che dovevo trovare il passaggio tra rocce, radici e pozze, lui mi premeva qualche metro. Durante il viaggio scoprii la grande esperienza di Drew in trekking. Come me ha fatto diverse solitarie e mi ha raccontato un sacco di aneddoti. Come quella volta che si era slogato la caviglia e non aveva nessun “pain killer” per alleviare il dolore. Continuò a camminare finche non arrivò in un punto dove poté chiamare l’elicottero ed essere evacuato. Andrew, che era la prima volta che affrontava un’esperienza simile, andava col suo passo per godersi ogni singolo momento.

Arrivati a Narcissus abbiamo festeggiato
mangiando tutto il cibo che ci era rimasto.

C’è il tempo in cui bisogna fare sacrifici e soffrire, poi c’è il tempo di celebrare il traguardo raggiunto. Condividere un’esperienza così non è mai semplice. Ognuno deve fare i suoi compiti, e gli sforzi sono condivisi equamente. La stanchezza, il freddo e le avversità impreviste possono intaccare anche i rapporti migliori. Niente deve essere sottovalutato. Ecco perché celebrare al termine di un progetto per me è sempre importante.

Un gruppo, nato il giorno stesso della partenza tra le scomode sedie della sala d’attesa nella stazione dell’autobus, ha percorso oltre 76km tra risate e rispetto reciproco. Il giorno dopo prendemmo il ferry ammirando le montagne che ci stavamo lasciando alle spalle.

 

La mia posizione live: